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Il curioso caso dei bambini bravissimi e degli adulti stanchissimi

  • deborahstacchini
  • 8 ago
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 2 ore fa

Come si impara il dono dell’invisibilità senza nemmeno accorgersene.

bambino di spalle  con critta sulle spalle super bravissimo
Quando essere bravissimi diventa un modo per farsi vedere

Il curioso caso dei bambini bravissimi e degli adulti stanchissimi

Come si impara il dono dell’invisibilità senza nemmeno accorgersene.


«Che bravo bambino.»


Una frase meravigliosa.


Soprattutto quando scopri che, per sentirla, basta non disturbare troppo.


Non arrabbiarti.

Non fare capricci.

Non chiedere troppo.

Aspetta il tuo turno.

Fai contenta la mamma.

Saluta la signora.

E, possibilmente, non complicare la giornata a nessuno.


Il premio?


«Bravissimo.»


Anzi, super bravissimo se sei riuscito a passare un pomeriggio intero come la mummia di Indiana Jones nel suo sarcofago: presente, possibilmente immobile e, soprattutto, senza disturbare.


Missione compiuta.


E così, senza mantello, senza bacchetta magica e senza essere stati morsi da nessun ragno radioattivo, alcuni di noi cominciano ad allenare un superpotere piuttosto sofisticato:


diventare invisibili.


Non fisicamente, naturalmente.


Invisibili nei bisogni.

Nei no.

Nella rabbia.

Nelle richieste.

A volte persino nei desideri.


Poi cresciamo.


E il superpotere cresce con noi.


Il bambino bravissimo può diventare un adulto efficientissimo, disponibilissimo, affidabilissimo.


Quello su cui si può sempre contare.

Quello che «non ti preoccupare, faccio io».

Quello che trova una soluzione.

Quello che non vuole pesare su nessuno.

Quello che, anche quando è stanco, risponde:


«Tranquillo, nessun problema.»


Il problema è che essere bravi non basta più.


Bisogna essere bravissimi.


E possibilmente esserlo al lavoro, in famiglia, con gli amici, nella coppia.


Sempre presenti.

Sempre disponibili.

Sempre all’altezza.


Finché, qualche volta, succede una cosa curiosa:


il bravissimo diventa stanchissimo.


Non necessariamente perché ha fatto qualcosa di più, ma perché è da una vita che sorregge pesi non suoi.


Forse è semplicemente diventato molto bravo a sentire ciò che serve agli altri e un po’ meno allenato a chiedersi:


«E a me, adesso, cosa serve?»


Ed è qui che il vecchio superpotere comincia a mostrare qualche effetto collaterale.


Perché se per tanto tempo abbiamo imparato a occupare poco spazio, può succedere che anche da adulti continuiamo a farlo.


Anche quando quello spazio, oggi, potremmo prendercelo.


E qui viene la parte interessante.


Quel superpotere non è comparso per caso.


Da bambini impariamo a stare nel mondo anche attraverso le risposte che riceviamo dall’ambiente. Osserviamo, sperimentiamo, ci adattiamo.


Se essere tranquilli, disponibili, accomodanti ci ha aiutato a sentirci accolti, riconosciuti o apprezzati, è comprensibile che abbiamo imparato a farlo bene.


Talmente bene che, a un certo punto, non abbiamo più bisogno che qualcuno ce lo chieda.


Facciamo da soli.


«Non preoccuparti.»

«Va bene per me.»

«Decidete voi.»

«Ci penso io.»

«Non ho bisogno di niente.»


Il vecchio superpotere è diventato automatico.


Solo che, nel frattempo, non abbiamo più otto anni.


Siamo cresciuti.

È cambiato l’ambiente.

Sono cambiate le relazioni.

Siamo cambiati noi.


E forse quel modo di proteggerci, adattarci o cercare il contatto che allora funzionava benissimo, oggi qualche volta ci sta un po’ stretto.


Come un vestito comprato molti anni fa.


È ancora nostro.

Sappiamo perfettamente come indossarlo.

Magari ci siamo anche affezionati.


Ma non è detto che ci vada ancora bene.


Ed è qui che entra una parola che mi piace molto:


accorgersi.


Non per processare mamma, papà, la maestra delle elementari o quella povera signora che pretendeva solo di essere salutata.


E nemmeno per decidere che da domani non faremo più niente per nessuno.


Piuttosto per cominciare a sentire quando siamo disponibili perché lo scegliamo e quando lo siamo perché ci viene automatico esserlo.


Quando un sì è davvero un sì.


Quando un «ci penso io» ci fa piacere.


E quando, invece, mentre lo stiamo dicendo, qualcosa dentro di noi sta già sussurrando:


«Veramente… anche no.»


Forse diventare grandi passa anche da qui.


Non dallo smettere di essere “bravi”.


Ma dal poter scegliere, ogni tanto, di essere semplicemente noi.


Visibili nei nostri sì.

Visibili nei nostri no.

Visibili nei bisogni.

Nei desideri.

Nei confini.


Senza bisogno di diventare improvvisamente rumorosi per dimostrare di esistere.


La prossima volta che parte il tuo superpotere e dalla bocca esce un velocissimo:


«Tranquillo, faccio io.»


prova a concederti mezzo secondo prima di indossare il mantello.


E chiediti:


«Lo voglio fare o sto facendo il bravissimo?»


Non cercare subito una risposta.


Fermati un momento e senti cosa succede dentro di te.


Perché forse il punto non è rinunciare al tuo superpotere.


È ricordarti che puoi scegliere quando usarlo.


Ci SEN…TIAMO ♡

Deborah

 
 
 

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