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Lo faccio dopo.

  • deborahstacchini
  • 8 ago
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 4 giorni fa

Cronaca di una morte annunciata. E di tutte le volte che rimandiamo noi stessi





«Lo faccio dopo.»


Dopo cosa, esattamente, non è sempre chiarissimo.


Dopo questo periodo.

Dopo che ho sistemato quella cosa.

Dopo che i bambini sono più grandi.

Dopo che al lavoro si calma tutto.

Dopo le vacanze.

Dopo Natale.

Da gennaio.


Gennaio, tra l’altro, ha sulle spalle una responsabilità enorme.


Deve farci dimagrire, iscrivere in palestra, cambiare lavoro, mettere confini, bere due litri d’acqua al giorno, iniziare yoga e possibilmente farci diventare persone nuove entro il 15.


Povero gennaio.


Noi, nel frattempo, siamo efficientissimi.


Rispondiamo ai messaggi.

Facciamo la spesa.

Ricordiamo il compleanno della cognata.

Prenotiamo il dentista per nostro figlio.

Spostiamo una riunione.

Troviamo il regalo.

Richiamiamo quella persona.

Risolviamo il problema che nessuno sapeva come risolvere.


In una sola giornata riusciamo a incastrare cose che richiederebbero la torre di controllo di un aeroporto internazionale.


Poi qualcuno ci chiede:


«E quella cosa che volevi fare tu?»


Silenzio.


«Ah sì. Quella. La faccio dopo.»


Ed eccolo lì, il punto curioso.


Non è che non facciamo niente.


Facciamo moltissimo.


È che, qualche volta, in mezzo a tutto quello che facciamo, noi finiamo sistematicamente in fondo alla lista.


Talmente in fondo che per trovarci bisogna scorrere parecchio.


E non parlo necessariamente di grandi rivoluzioni.


Non serve mollare tutto, trasferirsi a Bali e aprire un chiringuito sulla spiaggia.


Può essere una cosa molto più piccola.


Una telefonata che vorremmo fare.


Un pomeriggio senza programmi.


Quel corso che guardiamo da mesi.


Dire a qualcuno: «Questa cosa non mi sta più bene.»


Chiedere aiuto.


Riprendere qualcosa che ci faceva stare bene.


O semplicemente concederci un’ora senza doverla giustificare con una certificazione medica.


Perché siamo bravissimi a rimandare proprio le cose che non urlano.


Le bollette hanno una scadenza.


Le riunioni hanno un orario.


Il dentista manda il promemoria.


I nostri bisogni, invece, hanno un pessimo ufficio recupero crediti.


Non mandano PEC.


Non applicano interessi di mora.


All’inizio, spesso, aspettano.


Poi magari si fanno sentire in altri modi.


Con quella sensazione di essere sempre pieni e stranamente vuoti.


Con l'irritazione che arriva quando qualcuno ci chiede l'ennesimo favore.


Con quella frase che ogni tanto compare dal nulla:


«Ma io, quando?»


E magari la risposta è sempre la stessa.


Dopo.


Il problema è che il “dopo” è un posto molto comodo.


Lì abbiamo più tempo.


Siamo meno stanchi.


Gli altri hanno finalmente smesso di avere bisogno di noi.


Abbiamo le idee chiare.


Non abbiamo paura.


E, soprattutto, tutte le condizioni sono perfette.


Praticamente un luogo mitologico.


Perché la vita vera, quella che succede adesso, ha una caratteristica piuttosto irritante:


è quasi sempre un po’ scomoda.


C’è qualcosa da sistemare.


Qualcuno che ci cerca.


Una preoccupazione.


Una lavatrice da stendere.


Un dubbio.


Una giornata storta.


Aspettare che tutto sia perfettamente in ordine prima di occuparci di noi rischia di essere come aspettare che il mare stia completamente fermo prima di entrarci.


Potremmo restare sulla riva parecchio.


E allora forse la domanda non è:


«Quando avrò finalmente tempo per me?»


Forse è:


«Dove sono io nel tempo che ho già?»


Questa domanda cambia qualcosa.


Perché ci riporta qui.


Non nel gennaio miracoloso.


Non quando i figli saranno grandi.


Non quando avremo risolto tutto.


Qui.


Adesso.


Nel mezzo della vita così com’è.


Con le cose belle, quelle complicate, gli imprevisti e probabilmente anche una lavatrice da stendere.


Non significa fare immediatamente tutto ciò che desideriamo.


E nemmeno ignorare responsabilità, persone o impegni per inseguire ogni impulso del momento.


Significa cominciare ad accorgerci di quanto spazio occupiamo nella nostra stessa vita.


E magari scoprire che alcune cose non hanno bisogno di un momento perfetto.


Hanno bisogno di un piccolo posto.


Dieci minuti.


Un no.


Una telefonata.


Una scelta diversa dal solito.


Una frase detta.


Un appuntamento con noi stessi che, per una volta, decidiamo di non spostare.


Quindi, la prossima volta che ti senti dire:


«Lo faccio dopo»,


non serve rimproverari.


Fermati un secondo.


E chiediti:


«Dopo cosa?»


Perché qualche volta il momento giusto non arriva.


Qualche volta siamo noi che, finalmente, arriviamo al momento.


Ci SEN…TIAMO ♡

Deborah

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